Gli errori piú grossi

 Vorrei tradurre i miei pensieri in belle frasi.  Vorrei dipingere le frasi con parole che tintinnano con tenui risonanze sui sensi.  Vorrei descrivere le idee in una maniera fluente, armoniosa, e delicata. Ma l’indicativo non é abbastanza profondo per sviluppare qualsiasi pensiero.  Taglia le frasi a secco, non lascia spazio per la fantasia.  No, chiaramente l’indicativo non dovrebbe essere usato.  Per questi casi ci vuole il congiuntivo.  Per esempio, per la seconda frase ha piú senso se diciamo ‘parole che tintinnino’ invece d’usare l’indicativo.  Usando il congiuntivo le frasi diventano piú liquide, come se fossero di seta.  Allora, perché non si usa piú il congiuntivo?  Forse perche l’indicativo ci rende piú sicuri; anche se ci piace sognare, ci piace di piú avere la sicurezza ció che tutto nostro intorno é reale.  Inoltre, il congiuntivo ha un stile piú classico ed elegante, quindi per uso quotidiano non é elementare.  “La alternativa tra l’indicativo e il congiuntivo é esistita fin dai primi secoli dal volgare, in funzione di diverse sfumature espressivi-piú spesso- di un diverso stilo registico, piú o meno formale, piú o meno colloquiale (Morte del congiuntivo pg 253).”  Ora, come facciamo a sapere quando usare il congiuntivo?  Non esiste un’altra limitazione che non sia quella della immaginazione, ma il congiuntivo non é cosí facile d’usare.  Forse anche questa é un’altra ragione perche tantissimi persone preferiscono l’indicativo.  Usiamo il congiuntivo per esprimere pensieri e sentimenti di desideri, di paura, o di opinioni.  C’é bisogno del congiuntivo per proposizioni introdotte da “che”, con verbi di volontá, se c’é dubbio, se c’é lo stesso soggetto, e con congiunzioni come purché, sebbene, prima che, etc.  Dunque, per avventurarsi nel congiuntivo è necessario essere coraggiosi.  Ancora un’altra ragione per non usare il congiuntivo é la paura di commettere errori, ma non é soltanto con il congiuntivo che si fanno errori.  Per esempio, é abbastanza facile di confondere i verbi transitivi e intransitivi, questi ultimi hanno bisogno dell’ausiliare essere.   Un bell’esempio é la storia di Gianni RodariEssere e Avere”.  La storia comincia con il personaggio principale, il professore Grammaticus (devo ammettere che il nome di questo personaggio ha influenzato la mia scelta), chi viaggia in treno ed ascolta a due operai meridionali che avevano emigrato all’estero in cerca di lavoro.  I due compagni del professor Grammaticus erano tornati in Italia per le elezioni, e raccontavano il loro esilio. Parlavano di quando erano partiti, ma usavano il verbo intrasitivo on il verbo sbagliato.  Questo piccolo grande errore, aveva fatto in modo che il professor Grammaticus perdesse la sua facciata.  “A guardarlo bene, peró, pareva una pentola in ebollizione.  Finalmente il copechio saltó, e il professor Grammaticus esclamó, guardando severamente i suio compagni: -Ho andato! Ho andato!  Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere.”  Comunque comincia ad spiegare che il verbo andare é un verbo intransitivo e quindi vuole l’ausiliare essere.  Poi uno dei suoi compagni disse che forse il professor Grammaticus aveva ragione, e che sicuramente lui aveva studiato molto.  Ma l’emigrante aveva fatto soltanto la seconda elementare e poi aveva dovuto “guardare piú alle pecore che ai libri”.  Anche disse che, per lui, il verbo intransitivo “andare”  un verbo molto triste.  É triste perche fa andare alle persone al estero.  “Andare a cercar lavoro in casa d’altri.  Lasciare la famiglia, i bambini.”  Sebbene gli emigranti sono fisicamente al estero, loro restano “con tutto il verbo essere e con tutto il cuore” nella loro patria e vogliono avere lavoro e case lá.  Il raffinato professor Grammaticus aveva imparato una bella lezione, e imbarazzato pensó “Vado a cercare gli errori nei verbi, ma gli errori piú grossi sono nelle cose”.  Tra i tanti errori che facciamo tutti, c’é l’errori di scrittura.  Per esempio, scrivere ecuilibrio invece di equilibrio.  Nella storia La torre pendente, il professor Grammaticus andó a Pisa, salí sulla Torre Pendente e gridando chiamó la  attenzione dei cittadini che erano sotto facendo quello che fanno i cittadini.  Voleva spiegare perché la torre non era diritta.  “Sapete perché la vosra torre pende? Ve lo diró io.  Non date retta a quelli che vi parlano di cedimenti del sottosuolo, e cosí via.  C’é, é vero, nelle fonddamenta un piccolo errore, ma é di tutt’altro genere.  Gli architetti di una volta non erano assai forti in ortografia.  Cosí é successo loro di costruire una torre che stava in ‘ecuilibrio’, anziché in ‘equilibrio’.  Mi spiego?  In ‘ecuilibrio’ sulla c non ci starebbe nemmeno uno stecchino: figuriamoci un campanile.  Ecco dunque pronta la soluzione.  Iniettiamo nelle fondamenta un apiccola dose di ‘q’, e la torre si raddrizzerá in un attimo.”  Ai cittadini questa idea sembrava strana, e per loro, il professor Grammaticus era fuora di testa.  “Mai sia!  Torri diritte ce ne sono in ogni angolo del mondo.  Quella pendente ce l’abbiamo solo noi, e dovremmo raddrizzarla?  Arrestate quel pazzo!  Accompagnatelo alla stazione e mettetelo sul primo treno.”  Il povero professor Grammaticus fu preso per le braccia da due guardie, e fu messo sul primo treno.  Questo omnibus era lento e “impiegó mezza giornata a fare cento chilometri.”  Durante la giornata, il professor Grammaticus aveva meditato sull’ingratitudine umana. Sebbene si sinteva abbattuto, non si scoraggió.  Quando fu arrivato a Grosseto, l’ultima fermata, decise di tornare a Pisa di nascosto.  Per lui fare la correzione grammaticale ed iniettare la ‘q’ era molto importante.  Lo avrebbe fatto a dispetto dei Pisani, ma per caso il cielo era senza nuvole.  Ancora una volta il professor Grammaticus impara una preziosa lezione.  “Per caso, quella sera, c’era la luna.  Anzi non per caso, c’era perché ci doveva essere (questa frase mi aveva piaciuto molto).  Al chiaro di luna la torre era cosí bella, pendeva con tanta grazia, che il professore rimase lí estatico a rimirarla e intanto pensava: ‘Ah, come sono belle, certe volte, le cose sbagliate’.” 

            Ho scelto queste storie perché riflettono i miei pensieri.  Le storie cercano di spiegare l’importanza e il significato di parlare correttamente, e indicano gli errori che fanno le persone quando parlano ed anche quando scrivono.  Infatti penso che il linguaggio sia proprio un’attrezzo, e come tale deve essere usato correttamente.  Ma c’é una morale piú profonda nelle storie, siamo umani e quindi non siamo perfetti.  É importante ricordare che sono le imperfezioni che ci rendono unici e mortali.  Dunque é assolutamente essenziale essere imperfetti, ridere, e sfruttare ogni minuto come se fosse l’ultimo.  Fare degli errori é anche importante ed inevitabile, allora non dobbiamo dimenticare d’imparare degli errori perché in caso contrario sarebbero inutili.  É anche importante non vivere nel passato ricordando che “cosa fatta capo ha”, non c’é niente che si possa fare dopo un errore ma si puó andare avanti con la testa in alto e il sorriso sincero.   “Io sono forte, perché io sono debole, sono bella perché so i miei difetti, sono un amante, perché io sono un combattente, sono senza paura, perché io ho avuto paura, sono saggia perché io sono stato sciocco, e io posso ridere perché ho conosciuto tristezza.”-anonimo-

Il congiuntivo non ha bisogno d’introduzione, bellismo e poetico permette personalizare una opinione.  Con il suo magico flusso crea una fantisia nel mondo della letteratura, abbellisce le frasi ed aiuta lo sviluppo d’una storia. Penso che il congiuntivo sia la scintillante luna che orna il cielo nelle pagine dei libri.

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